Gentile principe, le sue parole in occasione dell’80° anniversario dell’inizio della repubblica e della fine della monarchia in Italia mi costringono a inviarle questa lettera. Lei scrive che questi 80 anni “sono il tempo della maturità storica, la distanza necessaria affinché il bilancio della nostra Nazione possa essere tracciato con serenità”. Io le sottopongo, però, un’altra domanda: quando sarà il tempo della maturità per chiedere perdono agli ex Popoli delle Due Sicilie per quello che i suoi antenati gli fecero ben 165 anni fa?
Lei scrive che il nostro Paese nelle difficoltà “cerca simboli che sappiano incarnare  l’unità nazionale al di sopra delle divisioni”. Davvero pensa che questi simboli possano essere legati alla sua dinastia dopo tutto quello che i suoi antenati fecero al Sud e dopo che un suo antenato arrivò a firmare le leggi razziali fasciste? Lei scrive che “la stessa Repubblica abita i palazzi ereditati dal Regno”. Ha dimenticato, forse, che i suoi antenati abitavano i palazzi strappati al legittimo Re delle Due Sicilie senza pensare a tutto quello che gli fu sottratto sia tra i beni privati che quelli pubblici-nazionali? Se è vero che “un Re non viene scelto dai partiti politici tra i propri rappresentanti e neanche per una transazione parlamentare” e se è vero che “il Re appartiene alla Nazione intera e mai a una sua frazione e la Corona non divide, ma unisce”, è altrettanto vero che un Re non dovrebbe essere Re per una guerra senza alcuna dichiarazione di guerra, in virtù di un plebiscito che tanti osservatori anche stranieri definirono fasullo (nel 1946 la “vendetta” della storia, forse) e dopo tanti (troppi) saccheggi e massacri ai danni di un’intera popolazione.
Vittorio Emanuele II nel 1860 di fatto divise ciò che poteva essere unito senza usurpazioni e senza violenze e per tanti (troppi) anni rappresentò una sola parte dell’Italia. A nulla, purtroppo, serve ricordare che i meridionali votarono per la monarchia 80 anni fa visto che i meridionali avevano conosciuto la monarchia per oltre sette secoli e visto che a quei tempi (dopo anni di regimi polizieschi e decenni di censure e mistificazioni) non c’era alcuna consapevolezza di quanto era accaduto durante l’unificazione.
E se è vero, infine (e concordiamo) che “e<span;>siste una dimensione più profonda della vita pubblica che attiene alla memoria e al senso di appartenenza”, in considerazione del fatto che l’inizio delle questioni meridionali (ancora irrisolte e sempre più drammatiche soprattutto per i nostri giovani) coincise con la fine del Regno delle Due Sicilie, forse è giusto che le popolazioni meridionali di oggi e di domani ritrovino, come sta accadendo sempre di più in questi anni, “memoria e senso di appartenenza” anche nella trimillenaria storia del Sud e in quella borbonica, l’ultima a rappresentare un Sud ricco di primati positivi e di prospettive. Intanto,  dopo 80 anni di repubblica e 85 di monarchia, aspettiamo ancora che l’Italia assicuri pari diritti ai cittadini del Sud come del Nord.
Cortesi saluti
Prof. Gennaro De Crescenzo