Sulle solite pagine del Corriere Aldo Cazzullo ricorda Cavour: “un uomo di una tale levatura, uno che facendo politica si impoverì, che l’Italia di oggi non merita e infatti non lo ricorda e gli preferisce i briganti Crocco e Ninco Nanco”. Cazzullo, allora, cita il dialogo/scontro in dialetto piemontese con il re sabaudo («mi sun ‘l re!» —, Cavour si spazientì: «’L re sun mi», sono io il vero re. «Chiel? Chiel a l’è ’l re? Chiel a l’è ’n birichin!», lei è un bricconcello!”) ma, a meno che Cazzullo non fosse presente e in probabile assenza di registratori, ci chiediamo quali possano essere le fonti per riportare quelle parole. Aggiunge anche che “il progetto francese non era l’unificazione italiana ma un Regno del Nord, stesso progetto di Cavour”. Aggiunge ancora che “gli agenti di Cavour a Firenze, a Bologna, a Modena lavorarono bene”.
Quindi: esistevano davvero degli “agenti” di Cavour in giro per l’Italia per creare una rete in prospettiva-unificazione (a Napoli diverse fonti parlano di un tale famigerato Curletti). Quindi se Cavour non voleva l’unificazione è falsa quella lettera conservata all’Archivio di Stato di Torino (ne ho una copia sul mio pc) in cui Cavour&VittorioEmanuele dicono a Garibaldi le parole esatte per passare dalla Sicilia a Napoli facendo finta pubblicamente di non essere interessati alla vicenda (“il generale risponderà” e Garibaldi usò esattamente quelle parole come se fosse telecomandato).
Quindi Cavour “si impoverì” e sono tutte false le tesi secondo le quali aveva interessi sulle ferrovie sabaude o sui prezzi dei prodotti agricoli in rapporto alle sue aziende. Quindi se governò in maniera eccezionale è falsa anche la tesi del grande economista internazionale Vito Tanzi quando parla del Piemonte sull’orlo del fallimento e per questo interessatissimo a “inglobare” le Due Sicilie. Quindi Cavour era di “una grande levatura” anche quando faceva il doppio gioco con i Borbone o quando parlava con disprezzo e cinismo dei napoletani/meridionali ipotizzando anche i massacri. “Lo scopo è chiaro e non è suscettibile di discussione: imporre l’unità alla parte più corrotta e più debole dell’Italia; sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica… ma anziché lasciare ammazzare me, proverei ad ammazzare gli altri. Non si perda tempo a far prigionieri”.
In conclusione, con queste premesse, allora, è chiaro che prima o poi la verità sarebbe venuta fuori e che l’Italia “gli avrebbe preferito “i briganti Crocco e Ninco Nanco”. Qui ringraziamo Cazzullo per l’ammissione di una sconfitta culturale clamorosa visti i mezzi in campo. E ne approfittiamo per ricordare questi due “eroi” che decisero di combattere per la loro patria napoletana. Ninco Nanco fu ucciso a 30 anni, cadavere esposto “a monito” (come da barbara usanza sabauda di quegli anni) e in fondo merita di essere ricordato anche lui, dopo oltre un secolo e mezzo, come esempio di un’altra storia anche quella, in fondo, “italiana” insieme a centinaia di migliaia di vittime meridionali.
Gennaro De Crescenzo
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