Qualche giorno fa sono stati ricordati (non da molti, per la verità) i 100 anni di Riccardo Pazzaglia. Autore di libri, film, canzoni (“Lazzarella”, “Io, mammeta e e tu”, la meravigliosa “Meraviglioso” con il suo grande amico Modugno), spettacoli teatrali e televisivi (con Arbore e il suo “brodo primordiale”), Riccardo diventò ancora più famoso per la scena del “cavalluccio rosso” nel film di Bellavista (scritto con Luciano De Crescenzo) anche se non era felicissimo quando lo ricordavano (solo) per quello.
In pochi hanno citato un altro momento importante della sua vita quando, fondò, con me, il Movimento Neoborbonico. Alcuni hanno scorrettamente cancellato questo momento. Altri, di sfuggita, genericamente e infantilmente, hanno ricordato la sua passione per la storia borbonica evitando di riportare questa storia neoborbonica di Riccardo.
Prima del 1993 avevo iniziato a scrivere a tutti quelli che, nelle lettere al Mattino, parlavano di Borbone e unità d’Italia e avevo visto al Teatro Corso (zona-Ferrovia) un bellissimo spettacolo di Pazzaglia carico di verità storiche e di orgoglio: “Ritornati dal passato”. Così scrissi al Mattino e lui pubblicò la mia lettera nella sua seguitissima rubrica Specchio Ustorio. Era un appello a vederci tra noi per una pizza e lui invitava i lettori a partecipare a quella serata: pubblicò il numero di casa mia e da quella domenica mattina il telefono squillò per giorni senza interruzioni. Dovevamo essere in 80 ed eravamo più di 300 per contro-celebrare l’arrivo a Napoli di Garibaldi, il 7 settembre, con giornali e TV da tutto il mondo e tante bandiere borboniche che quasi nessuno aveva mai visto dal 1860 fino a quella sera. “Mi piace la filosofia di questo giovane [allora era così] professore e, male che vada, parleremo male di Garibaldi e faremo un tanto a testa”.
In una villa di un suo amico a Sorrento decidemmo insieme che tra “movimento per il Sud” e “movimento neoborbonico” funzionava meglio e “provocava meglio” il secondo e, prima di quel 7 settembre, mi lesse, commosso, il testo dell’inno neoborbonico che ci regalò e che aveva composto sulle note dell’inno di Paisiello (io ero in una cabina telefonica a piazza Carlo III). Con Riccardo abbiamo partecipato a tanti convegni e fu lui a inventare lo slogan “quanto è vero Iddio ci rimettiamo” per far capire ai presenti che non avevamo (e non abbiamo mai avuto) sponsor o finanziamenti. Con Riccardo tanti caffè e tante cene: aveva l’abitudine di non buttare i cioccolatini che accompagnavano i caffè (mi fece commuovere quando mi spiegò che lui aveva vissuto la guerra e la fame e da allora non sprecava niente). In un’altra occasione confermò di essere Indro Montanelli ad una signora che lo salutò, emozionata, convinta che fosse Indro Montanelli. Una sera si fece portare e mangiò due piatti di paccheri alla Sorrentina in attesa di un amico (che non venne mai). Amava la nostra prima sede di Vico Gerolomini perché “sembrava un vecchio basso con il focolare al centro della stanza” e in un pranzo lì vicino, nella trattoria da Carmine, si fece comprare (e cucinare) dal macellaio di fronte le cervellatine che a Roma non trovava. Nell’imbarazzo mio e dei presenti in un teatro a Benevento rifiutò e mi fece rifiutare coppe e targhe: “con gli stessi soldi potete portarci un cesto con salame, formaggio e pane buono delle vostre parti? Io lo surgelo e quando lo mangio penso pure un poco a voi” (e tante volte, negli anni, ho capito quanto aveva ragione). “Avremo vinto quando di Garibaldi si inizierà a ridere” (e aveva e ha avuto ragione). Provò a dichiararsi “neoborbonico repubblicano” e conservo ancora una bandiera che si fece stampare ma dopo una battuta ironica sulla Sanfelice in risposta ad un lettore sul 1799 e dopo le reazioni di alcuni intellettuali “giacobini” capì che non era possibile unire certe storie. Poesia, ironia, la gentilezza dei Napoletani antichi, saggezza e malinconia, un profondo amore per la nostra storia e una capacità unica di raccontare e incantare: era questo e molto altro Riccardo Pazzaglia. E avrebbe meritato e meriterebbe di essere ricordato più spesso e meglio. Io, dopo tutti questi anni, posso solo e ancora ringraziarlo per il tempo passato insieme, per il coraggio che tanti suoi colleghi non hanno avuto e non hanno e per i tanti, saggi e preziosi consigli che mi ha dato e ha dato a tutti noi neoborbonici.
«GAETA, 1861… Ecco il cocchiere del re senza carrozza, i ministri senza più popolo, i nobili senza palazzi. Con queste divise, livree, cilindri, sciabole, bastoni, crinoline, cani da caccia, non è una corte che si trasferisce, è il Regno di Napoli che se ne va» (Riccardo Pazzaglia).
Gennaro De Crescenzo