Calabresi e Piemontesi uniti ma qualcuno del CDOM (Comitato Distruzione Orgoglio Meridionale 😊)non è felice. Il nostro obiettivo è l’orgoglio. Il vostro?
“Gentile Signor Sindaco, siamo gli alunni e le alunne di quinta elementare della scuola primaria di Moriondo, in provincia di Torino e le scriviamo perché, studiando la vostra regione, siamo rimasti colpiti dalla storia di Mongiana. Abbiamo scoperto che un tempo, sotto il Regno dei Borbone, il vostro comune era un centro importantissimo per la produzione del ferro. È stato emozionante sapere che le ferriere di Mongiana erano tra le più moderne d’Europa e che lì si costruirono persino le rotaie per le prime ferrovie! Ci è dispiaciuto un po’ scoprire che quel grande polo industriale oggi non esista più, ma pensiamo che la storia di Mongiana sia un tesoro prezioso. Noi speriamo, con tutto il cuore, che il vostro paese possa ritrovare il valore che merita e che la sua importanza venga ricordata da tutti. Mandiamo un grande saluto a lei e a tutti gli abitanti di Mongiana. Gli alunni della classe V”. Questo è il testo di una lettera che Giorgia, Samuele, Giulia, Andrea, Alessia e altri bambini piemontesi hanno inviato a Mongiana in Calabria dopo aver ascoltato in classe “Mongiana”, la canzone di Eugenio Bennato. Dopo quella lettera un incontro online con i bambini, tra risate e sorrisi e “ci vediamo in Calabria o a Torino”.
È una storia molto bella ma qualcuno ha deciso che doveva diventare “brutta” e così alcuni docenti universitari e alcuni istituti “risorgimentalisti” (3 o 4, sempre gli stessi) hanno inviato alla preside piemontese alcune lettere cariche di amarezza e con le solite tesi: “tutte bugie, Mongiana era una piccola fabbrica quasi fallita, la Calabria era arretrata, la storia va studiata con metodo scientifico” ecc.
Nel 1860, però, nelle Reali Ferriere di Mongiana lavoravano circa 1.500 operai (oltre 2000 considerando anche l’indotto in tutta la zona). Si trattava effettivamente di una delle fabbriche più grandi non solo in Italia. I regolamenti del <span;>13 aprile 1845 <span;>prevedevano (caso rarissimo a quel tempo) tutele sanitarie, alloggi (alcuni ancora visibili) e ore definite di lavoro. Tra sequestri garibaldini della struttura e proteste violente degli operai (se stavano così male perché avrebbero dovuto protestare?), riduzione degli appalti, concessioni misteriose a ex garibaldini e una vera e propria dismissione, dopo 10 anni dalla fine del Regno delle Due Sicilie gli operai erano meno di 10. I mercati, i costi, la concorrenza, i trasporti: gli accademici e i risorgimentalisti possono girarci intorno come vogliono ma fino a quando c’erano i Borbone lì c’era una fabbrica con migliaia di operai e dopo… il nulla e poi la disoccupazione, l’emigrazione, la criminalità, le questioni meridionali mai conosciute prima e ci dovrà essere un motivo se dopo 165 anni sono ancora irrisolte. E se pure ci fossero stati dei limiti e dei difetti in quelle fabbriche, certo è che (accademici e risorgimentalisti lo hanno saputo?) i Borbone sono andati via da 165 anni e qualcosa deve essere andato male in questo sistema-Italia se la Calabria oggi è la regione più povera d’Italia e tra le più povere in Europa (a meno che qualcuno non la pensi come Lombroso ma non ha il coraggio di dire che i calabresi sono inferiori “per razza”). A chi può dare fastidio, allora, che alla Calabria si associ l’idea di “ingegneri e operai” e non di mafiosi e pezzenti (come canta Bennato)? A chi possono dare fastidio le parole del sindaco di Mongiana commosso e orgoglioso perché in Piemonte “conoscono la nostra storia”? Chi è perché può arrivare a bacchettare la preside o a invocare “iniziative correttive”?
Certo è che fino al 1860 da quelle parti e dal resto del Sud non partiva nessuno e partirono e continuano a partire i nostri emigranti, a milioni, dal 1860 ad oggi. Certo è che quello non era un “paradiso” (mai detto, mai scritto) ma era un territorio con un suo sviluppo e trend di crescita (demografica, economica o industriale) interrotti solo nel 1860. Certo è che in molte aree delle Due Sicilie gli indici di industrializzazione e il PIL, i redditi medi o i depositi bancari erano pari o superiori a quelli di molte aree del resto dell’Italia e si potrebbe/dovrebbe magari dare un’occhiata non ai libri di Pino Aprile (che in tanti citano senza averlo letto) e neanche ai miei piccoli saggi (frutto di lunghe ricerche archivistiche, da specializzato in Archivistica) ma ai recenti studi di accademici coraggiosi come V. Daniele, P. Malanima, S. Fenoaltea, S. Collet, C. Ciccarelli, L. De Matteo o il grande Vito Tanzi o il grandissimo John Davis (“la tesi dell’arretratezza del Sud fu una invenzione degli artefici dell’unificazione italiana”). Come dare torto allora, ad Eugenio Bennato che ha sintetizzato felicemente tutto questo? Cosa c’è di falso, sbagliato o diseducativo nelle sue parole? “Che fine ha fatto quel grande sogno che era il grande sogno di metà Ottocento? Che fine ha fatto il nome di Mongiana che era la più grande fabbrica d’Italia”. E ha sempre ragione Bennato quando ci dice che “ormai questa storia è una storia lontana” e si augura che “almeno qualcuno ricordi Mongiana”.
A questo punto possiamo pure capire quella specie di “rabbia” che ha accompagnato la spedizione di quelle lettere un poco tristi alla preside torinese quando, però, era ormai troppo tardi e la manifestazione era ampiamente e felicemente conclusa. Una domanda finale ad accademici e risorgimentalisti, però, forse è utile: pure ammesso che i “neoborbonici” e tantissimi studiosi e appassionati (un vero e proprio trend di successo in questi anni, “la maggioranza della intellettualità diffusa”, come ammise Galli della Loggia) in qualche caso hanno esagerato e magari gli operai erano mille e non duemila (e non è vero), il nostro obiettivo è chiaro: trasmettere soprattutto alle nuove generazioni un messaggio di orgoglio con la speranza che si possano finalmente formare al Sud classi dirigenti fiere e degne di rappresentare il Sud. L’obiettivo di chi combatte h24 primati e orgoglio qual è? Continuare a raccontare la stessa storia che piemontesi, sabaudisti o massoni hanno raccontato un secolo e mezzo fa? Continuare a raccontare una Calabria e un Sud “brutti sporchi e cattivi” com’è avvenuto per oltre un secolo e mezzo? Del resto questa strada sappiamo a quali drammi ci ha portato (con classi dirigenti incapaci o colpevoli). Quella dell’orgoglio, pur partendo dal passato, forse è una strada veramente nuova per la Calabria, per il Sud e per la stessa Italia. Per questo possiamo solo ringraziare quei ragazzi piemontesi, i loro prof, la loro preside e il sindaco e i ragazzi di Mongiana: hanno dato a tutti noi un segnale bello, ci hanno fatto capire che è questa la strada giusta e che l’Italia, con buona pace di qualcuno, potrà essere veramente e finalmente unita solo nella reciproca conoscenza e nel reciproco rispetto e con pari diritti, quelli che aspettiamo non dai Borbone ma da questi 165 anni di storia unitaria.
Prof. Gennaro De Crescenzo
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